Interviste
Riccardo Zelatore




“Di Terra e d’Aria” è un titolo che mi pare ben rappresenti il dialogo tra materia e spirito da sempre presente all’interno della tua ricerca espressiva.

In un’intervista di quest’anno ho avuto modo di dichiarare che probabilmente la mia pittura “E’ di Terra e d’Aria”, riprendendo così una duplice natura insita nel mio lavoro: da un lato l’importante ricerca sulla materia pittorica (in cui le terre hanno molto rilievo), dall’altro quella che, in questi quasi trent’anni di attività artistica, è forse stata il motivo fondante, la ragione prima del dipingere: considerare la pittura come portatrice di un messaggio di natura spirituale, seguendo una traccia profonda già percorsa da grandi artisti come Klein, Radice, Rothko, Nitch, Brown. In quest’affermazione non c’è nessuna intenzione di “caricare” le mie opere di una forza fittizia che, in realtà, credo debbano dimostrare da sole quando si rivelano. E’ quindi un’indicazione privata tra me e me, la scelta di un percorso, di una via, anche se, in progetti particolarmente importanti, come “Aurora Occidentale” (la personale al Padiglione Italia dell’ultima Biennale di Venezia), ho potuto verificare che questo messaggio arriva al pubblico con una certa chiarezza: l’idea di ascensione (se non di ascesi) era accessibile, chiaro. Nel caso specifico di questo progetto al Albissola, dove compare per la prima volta la mia opera realizzata in ceramica, considerare la mia opera “di Terra e d’Aria” mi è sembrato ancora più calzante.



Presenza fisica e atteggiamento meditativo si ritrovano in questa nuova esperienza plastica. I tempi e i procedimenti della ceramica sembrano ancora una volta prossimi ai tuoi modi.

La ceramica risponde alla motivazione prima di donare plasticità al lavoro, di potermi finalmente dare il modo di occupare lo spazio espositivo nelle tre dimensioni. Ho sempre dato priorità assoluta ai progetti che venivano realizzati appositamente per gli spazi espositivi, diventato, negli anni, criterio distintivo del mio operare: la possibilità di poter usufruire di tutto il volume espositivo rappresenta per me oggi un traguardo professionale importante che penso potrà avere sviluppi futuri ad oggi impensabili.. Quanto al procedimento della costruzione del rilievo, dei tempi lunghi, allentati, dell’asciugatura progressiva, è una strada che già percorro nella realizzazione delle opere pittoriche, che necessitano di stratificazioni pazienti e di conseguenti, ampi momenti destinati all’asciugatura degli strati. Già in altre occasione in queste stesure, nelle mascherature, nel controllo delle colature si è voluto vedere una sorta di principio vicino alla meditazione, probabilmente anche per la mia antica frequentazione di arti marziali orientali. Naturalmente, il come chiamare questo metodo di lavoro non è una mia priorità: meditazione o meno che sia, sicuramente è un modo di restare molto a lungo nell’atmosfera della costruzione dell’opera, una sorta di controllo progressivo del risultato. C’è quindi una stretta analogia tra le due tecniche.



Cosa significa nell’ambito del tuo percorso questa sperimentazione pratica e concettuale?

L’aspetto fondamentale è quello plastico, scultoreo che mi consente di poter realizzare nuovamente progetti con la presenza tridimensionale. Cosa che ho già fatto altre volte (“Sogno d’acqua”, 1992, “La Cruna dell’ago”, 1995) ricorrendo all’installazione che, alla fine della mostra, perdeva però la sua valenza autonoma e andava dispersa. Con la ceramica, questo aspetto, al contrario, mantiene la sua valenza di opera anche autonomamente. L’approdo alla plasticità è quindi un arricchimento importante sia dal punto di vista professionale che da quello concettuale.



In che modo si manifesta quest’autonomia della ceramica rispetto alla pittura?

Sarebbe stato per me abbastanza semplice mantenere la “terrosità” della pittura e trasferirla in ceramica, proprio per la natura intrinseca di quest’ultima. Ma operando in questo modo la ceramica non sarebbe stata che un clone della pittura, anche se con una natura materiale differente. Ho pensato invece che poteva essere più interessante invertire anche nella ceramica le priorità. Realizzando una pittura anomala, costituita da una materia e da colori terrosi, la ceramica, invece, avrebbe dovuto dare priorità a pigmenti di natura industriale: platino , bronzo, metallo, lasciando alla “terrosità” solo una valenza complementare. Una sorta di raffreddamento della sua intrinseca matericità. Inoltre un’altra scelta distintiva della ceramica rispetto alla pittura poteva essere quella della monocromìa, che riesce ad assolutizzare con maggior facilità l’aspetto legato alla spiritualità.



Lo stretto connubio tra artista e artigiano ci riporta allo spirito delle grandi tradizioni che legano da sempre arte e territorio….

Anche in questo caso ci sono delle ragioni che mi legano non casualmente ad Albissola: la presenza storica dei futuristi (cui penso di dovere un tributo importante di natura sia artistica che temperamentale), la tradizione che lega il territorio alle radici, vero volano creativo per l’Italia tutta e il suo straordinario artigianato e, allo stesso tempo, molto vicino ad una delle ragioni prime del mio lavoro: la memoria. Dei luoghi, della gente, della terra.